giovedì 30 agosto 2012

Di tutto un po': Fiat 626

Di tutto un po': Fiat 626: Gli ultimi FIAT 626 uscirono dalle catene di montaggio nel 1948, ma per molti anni ancora questo piccolo camion sarebbe stato il compagno fe...

martedì 22 maggio 2012

Destino di famiglia

In questo fine maggio freddo e piovoso, mi è capitato di riprendere in mano un libro dedicato al mio paese e dove è possibile leggere i documenti che raccontano qualcosa della mia gente, nel senso latino di gens, o etrusco di clan, a partire dagli antenati di oltre tre secoli fa.
I Vaselli erano e rimasero mezzadri, coltivavano terre di cui non erano e non divennero mai padroni.
Così bravi nel loro mestiere da consegnare al padrone di turno sempre più di quello che si aspettava, così bravi che la parte di raccolto che potevano trattenere era sufficiente a garantire loro un tenore di vita migliore di quello degli altri mezzadri.
Così bravi da meritare di pagare anche le tasse ai padroni dei padroni, che prima erano i granduchi di Toscana e poi i re d'Italia.
Erano talmente bravi nel loro mestiere che i padroni avevano bisogno di loro, li chiamavano alla loro presenza e qualche volta li invitavano a tavola. Ma durava poco.
La mia gente era umile ma non serva, parlava francamente e con rispetto del comune seppur diverso interesse, per cui i padroni prima o poi non li invitavano più a tavola con loro, tanto per rimarcare la differenza: caro Vaselli, sei bravo si, ma non illuderti di essere nostro pari.
Neanche gli altri, mezzadri o bifolchi che fossero, amavano la mia gente: quando i Vaselli erano in auge erano ritenuti superbi che era meglio temere, e quando non erano in auge si mormorava che lo meritassero, per aver voluto puntare troppo in alto.
Il ramo principale dei Vaselli coltivò sempre il podere di Fonteluco, il più grande e più bello del Pian della Bestina, e i rami cadetti coltivarono molti dei poderi a qualche ora di cammino, intorno al paese di Serre di Rapolano. Erano un clan forte perchè numeroso, solidale.
Poi la filosofia socialista, arrivata nei paesi durante la generazione che precedette la mia, distrusse la famiglia come entità allargata e solidale, e successivamente la filosofia dei diritti uguali per tutti, arrivata con la mia generazione, provvide a disperdere le famiglie-clan: tanti mestieri e non più un solo mestiere di famiglia, tanti e tanti chilometri tra biscugini e cugini, tra zii e nipoti e poi tra padri e figli, e nipoti.
La generazione dopo la mia ha sostituito cento o duecento parenti con altrettanti amici, amici delle medie, del liceo, dell'università, ancora più dispersi nel mondo.
Una volta, per non sentirsi soli la sera, si poteva fare una camminata di qualche centinaio di metri per andare a trovare un cugino e parlare di lavoro, di salute, della festa da organizzare, o per raccontare cosa aveva fatto uno o l'altro.
Adesso ci si collega via internet con un amico, per parlare delle stesse cose, ma senza respirarsi addosso, senza una stretta di mano, "ciao, e mi raccomando, se ci fosse bisogno chiama, faccio cinquecento metri, pardon, cinquecento chilometri e arrivo subito".
Ed io ? Io sono rimasto mezzadro come i miei antenati, ho fatto rendere per conto di altri aziende che non ho mai posseduto ma ne ho ricavato abbastanza per far vivere bene i miei cari, sono stato invitato spesso a tavola dei vari padroni e poi allontanato, ma non ho potuto nè appartenere ad un clan di parenti nè avere un clan di amici.
Ma va bene così, purchè riesca a far durare il giochino del mezzadro fino all'ultimo.

martedì 6 marzo 2012

Il seguito de "La Volpe e l'uva"

Da quando Fedro consegnò la favola all'imperatore Claudio e alla Storia, tutti parlano male della povera volpe, portandola ad esempio di ogni nefandezza. SUPPONENZA (perchè non sogni un grappolo alla tua portata ?), SUPERBIA (non raggiungi l'obiettivo ? non dare la colpa a qualcun altro, o all'obiettivo stesso), VILTA' (se non ce la fai, non dire che tutto sommato non ti interessava).
Purtroppo succede a molti di essere "fotografati" in un istante solo della loro vita e di passare alla storia solo per quella fotografia.
E così vi racconto il seguito.
Un altro giorno, la volpe percorreva un sentiero, ed aveva una fame terribile.
Incontrò un uccelleto morto, piuttosto repellente. Lo annusò, disse "mmmh che buono !" e se lo mangiò.
Ci fosse stato Fedro lì, sul posto, la volpe sarebbe passata alla storia come esempio di virtù: MODESTIA (prendi ciò che le tue capacità di consentono di prendere), UMILTA' (non mi piace, ma ne ho bisogno), SAGGEZZA (se devo fare una cosa che non mi piace, mi peserà di meno se penso che non sia poi tanto tremenda).
Ora, la morale delle favole è che nessuno è mai in una maniera sola.
Viviamo, a volte siamo modesti, a volte supponenti, a volte ci umiliamo, a volte siamo superbi, a volte la saggezza viene scambiata per viltà e viceversa.
E allora, se prendiamo atto che siamo fatti così, non dovremmo mai, a nostra volta, pensare o dire che gli altri sono in una maniera sola.
E quando il comportamento di qualcuno ci sconcerta, dovremmo o passare oltre, fregandocene, oppure, se proprio gli vogliamo un po' di bene, cercare di capire ... cosa c'è sotto, e compatire, o accettare, o perdonare. Proprio come vorremmo che gli altri facessero con noi.

domenica 19 febbraio 2012

Il primo amore non si scorda mai

Sarebbe meglio dire "la prima cotta", ed anche se è passato più di mezzo secolo, ancora ricordo il doppio nome, il doppio cognome e l'indirizzo della fanciulla che per prima mi fece battere il cuore.
Essendo di origine campagnola, sapevo bene come si svolgevano certe cose ed altrettanto bene sapevo di aver poche speranze: ero in quinta elementare, mi ero innamorato della maestrina della terza ed il massimo cui potevo aspirare era di poter ballare con lei.
Quell'anno ci sarebbe stata una festa da ballo per gli alunni della quinta, quelli che si fermavano lì e quelli che avrebbero passato l'estate a studiare per l'esame di ammissione alla scuola media, e affronatre da settembre la quotidiana trasferta di 30 chilometri, dal paese a Siena, dove c'era appunto la scuola media.
I genitori avevano fatto le cose in grande, prenotando il dancing nel bosco in cima al paese, con la pista da ballo all'aperto, profusione di spuntini e dolci, luci, palloncini colorati e bibite.
E tra le bibite, trionfava la Roveta, un'aranciata deliziosa in una bottiglietta a forma di arancia, con il vetro trasparente e rugoso.
L'orchestrina del paese suonava e tutti ballavamo, ma il coraggio di invitare la mia bella proprio non mi veniva, finchè.....
Arrivò il momento del ballo della scopa, vecchia tradizione delle feste nell'aia durante la mietitura.
Le coppie cominciavano a ballare e un cavaliere entrava in pista con una scopa, la metteva in mano ad un altro e gli rubava la dama; il derubato dava la scopa ad un altro dame e così via, finchè la musica si sarebbe interrotta di colpo, e chi aveva la scopa in mano in quel momento sarebbe stato il cavaliere del ballo finale.
E così, quando mio zio, che suonava la tromba, interruppe di colpo il suo favoloso assolo di In the Mood, la scopa era in mano mia.
Ora toccava alle dame di far girare la scopa.
L'orchestra attaccò Rosamunda, una polka indiavolata di quelle che ti tagliano le gambe, e il mio babbo, che suonava la fisarmonica e la sapeva lunga, interruppe la musica quando la scopa ce l'aveva la mia bella !
Ah che emozione ! Urla, fischi, schiamazzi e aranciata a go-go, giusto per riposarsi un po'.
Poi si fece silenzio, genitori e bambini si misero intorno alla pista ed entrò la coppia finalista.
Feci un compito inchino alla mia maestrina e cominciammo a ballare un lento valzer, il valzer della vedova allegra, pezzo forte di mio padre alla fisarmonica e omaggio al nome che mi avevano dato.
Anche se non potevo stringere troppo perchè la mia maestrina aveva il seno puntato dritto tra i miei occhi, guidavo benino il ballo, attento a non pestarle i piedi, mentre la gente intorno batteva le mani, e verso la fine cominciò a gridare "bacio ! bacio !"
E così fu, un sonoro muah muah che mi fece toccare il cielo con un dito e mi lasciò il trofeo del rossetto sulle guance.
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